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Cosmiche armonie...

... in continua ricerca fuori e dentro me!

Rosella

Ascoltando musica...

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mi fa piacere quando, in continua ricerca fuori e dentro di me, trovo chi è in cerca a sua volta :-)  ciao!
Sept. 24
Martawrote:
We rosy mlt particolare il to blog...
prp come te00020114
Cmq prima o poi dovrò insegnrti i trukki...
del mestiere !!!0002006E0002014C
Hai visto come fa caldo recentemente?!c5
Vabve tnt ora inizia l'estate!!
Vabbe ora 09ul9!!!
Ciaoooooooo
TVtttttt...b
La tua cenerella2 marta9ov
May 27
Rosellawrote:
"L'aspetto cattura lo sguardo ma la personalità cattura il cuore!".
Grazie per questo commento al mio space e alla mia persona!
Se riesco anche solo un po' a trasmettere la BELLEZZA in questo mondo, sono felice :)
May 27
allora, scrivo qualcosa, sennò la mia amica si incazza... non fa niente che è una str...
ma devo scrivere e basta...
anche se non tengo niente da dire...
ma vide tu che se passa!!!!!
Apr. 3
Vitawrote:
Hey, ma che bello il tuo "speis"... Avvolgente come te! Ti abbraccio, occhi belli :)
Mar. 22
Photo 1 of 5
... saggezza
... lega tra loro i miei libri: l'amore.
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Appartenere...

 

Amami per sempre

March 22

Maison Maravilha... lo stupore nascosto dietro la superficie delle cose...

 
February 05

Meraviglioso

 
 
In questi giorni ascoltiamo di continuo questa canzone, riarrangiata egregiamente dai Negramaro... che io adoro... maaa un omaggio al grande Modugno è d'obbligo...
 
Dedicato a chi non vede quanto sia tutto così tanto meraviglioso
 
 
January 08

Pierino e il Lupo

 
December 31

Claudio Abbado

 

Repubblica — 08 giugno 2008  

BOLOGNA - Qualche anno fa Claudio Magris, a proposito dell' amico Claudio Abbado, scrisse che era un uomo di «leggerezza mozartiana». In effetti Abbado appare leggerissimo: nel fisico sottile, nella voce discreta, nel movimento delle mani. Mani sensibili, abituate a condurre, vibrare, disegnare il tempo, riempire di immagini la trasparenza dello spazio. Ma in questo musicista straordinario c' è dell' altro: negli anni ha conquistato una qualità impalpabile di leggerezza interna, fatta di quiete filosofica, vocazione all' ironia, rapporto distaccato e sorridente col successo. Riflessi di una levità, come s' è detto, «mozartiana». Che dunque ha zone d' ombra, chiaroscuri. E che è volatile, mai afferrabile del tutto. Questo signore calmo e lieve, molto riservato, che parla poco e ascolta molto («è la musica che insegna ad ascoltare, se si ascolta s' impara, e così dovrebbe essere in ogni campo: se i politici conoscessero la musica tutto funzionerebbe meglio»), non è solo un eccelso direttore d' orchestra. è un mito musicale del nostro tempo. Però non reca segni di nevrosi da star-system. Magicamente rilassato, ha una freschezza fluida, giovanile. Eppure il 26 di questo mese compie settantacinque anni. Dice serafico: «Le cifre non contano, i numeri non mi hanno mai fatto impressione». E spiega che non è prevista alcuna festa per il compleanno: niente smancerie, in puro stile abbadiano. Quel giorno progetta di passarlo in barca, come gli piace tanto, circondato da figli e nipoti, per scivolare con la consueta leggerezza nel vento e sul mare della Sardegna, dove negli ultimi anni trascorre il tempo che dedica al riposo, allo studio e alla lettura («in questo periodo sono preso dai romanzi di Hrabal»). Vicino ad Alghero ha una casa spartana e bellissima, isolata come la chiatta di un naufrago e immersa in un giardino rigoglioso, curato personalmente e con passione dal Maestro (ma non chiamatelo così, non lo sopporta: da tutti si fa chiamare semplicemente «Claudio»). Racconta che le piante gli fanno bene, come il mare: «Quando sono in Sardegna vivo nell' acqua e nel verde». Ora invece siamo nel cuore di una città, Bologna. Qui la sua casa è anch' essa leggerissima, affacciata sui tetti rossi del centro storico, con un' altana che svetta torreggiante e suscita vertiginose fantasie sul volo. «Quand' ero ragazzo sognavo spesso di volare. Voli alti, stupendi. Era il mio sogno ricorrente. L' ho realizzato da adulto grazie alla musica. Con i musicisti delle orchestre che dirigo - e con molti di loro lavoro da tanti anni - mi succede spesso di volare. Anche per questo ho lavorato tanto di frequente con i giovani, che sanno fidarsi, lanciarsi, volare con me». Abbado è un forgiatore di orchestre, con esiti smaglianti: a fine anni Settanta fondò la European Commmunity Youth Orchestra, a metà anni Ottanta creò la Gustav Mahler Jugendorchester, da cui costituì la Mahler Chamber Orchestra. Nel 2003 plasmò la Lucerne Festival Orchestra, «che dirigo in agosto a Lucerna e con cui in ottobre andrò a Vienna. E sempre con l' orchestra di Lucerna l' anno venturo sarò a Pechino, dove mi ospiteranno in una casa dentro un parco a qualche chilometro a sud della città, con l' aria ottima, e conoscerò attori cinesi come Gong Li, la magnifica protagonista di Lanterne rosse». Quello di Lucerna è un complesso "all star", con musicisti della Mahler Chamber Orchestra uniti a prime parti dei Berliner e dei Wiener Philharmoniker e ad altri splendidi solisti. Sembra che attorno al carismatico «Claudio» si muova e si condensi a più riprese un' unica, cangiante orchestra, fatta di prodigiosi e dotatissimi amici che gli viaggiano accanto riplasmandosi di continuo in varie formazioni. In più il glorioso direttore ha uno spettacolare fiuto da talent-scout. è stato il primo, tanto per dirne una, a segnalare come futuri astri del podio, quand' erano poco più che ragazzini, l' inglese Daniel Harding e il venezuelano Gustavo Dudamel: «Eppure non li avevo mai sentiti dirigere. Ho capito la loro intelligenza parlando con loro. Ho sentito due forti personalità, ho compreso che avevano davvero qualcosa da dire». Nel 2004, a Bologna, è nata una sua ennesima creatura, l' Orchestra Mozart: quarantacinque elementi, con giovani professionisti a fianco di solisti affermati. Strumentisti di fama come Giuliano Carmignola, Danusha Waskiewicz, Enrico Bronzi, Mario Brunello, Alessio Allegrini, Daniel Gaede, Rapahel Christ, Guilhaume Santana, Lucas Macias Navarro, Alois Posch, Alessandro Carbonare e Lorenza Borrani, per citarne solo alcuni. Vive con loro «il piacere di suonare insieme» nello spirito del gruppo da camera, dove gli elementi si alternano in diverse combinazioni, dal trio all' ottetto e all' ensemble mozartiano. E questo mese l' Orchestra Mozart compie il suo sfolgorante debutto discografico con due cofanetti di cd siglati Deutsche Grammophon: il primo raccoglie cinque sinfonie mozartiane - 29, 33, 35 Haffner, 38 Praga e 41 Jupiter - registrate live in concerti a Bologna, Modena, Ferrara e Bolzano; il secondo offre l' integrale dei Concerti per violino di Mozart con Carmignola e la Sinfonia concertante per violino e viola K 364. Nel frattempo Abbado qui a Bologna, al Teatro Manzoni, dirige l' orchestra in una serie di concerti: domani sarà sul podio di un programma tutto votato all' amatissimo Wolfgang Amadeus («non si finisce mai di conoscerlo, è sempre attuale, infinito come Shakespeare»), e replicherà il concerto l' 11 giugno a Bolzano, nell' Auditorum Haydn; e sempre a Bologna ha appena diretto una serata sul Settecento "sacro" di Giovanni Battista Pergolesi, musicista al centro di un suo progetto pluriennale (2007-2010): «Compositore fondamentale, ha avuto un forte influsso su Bach e Mozart. Morto a ventisei anni, in un quinquennio appena è riuscito a scrivere capolavori stupefacenti per preveggenza, proiettati un secolo avanti dal punto di vista armonico e musicale. Era un geniale visionario che colse tracce da Gesualdo da Venosa, col quale condivide la capacità di creare musiche eccezionalmente innovative per modulazioni, accordi e cromatismi, legate a testi strazianti, che parlano di dolore, passione e morte». Il 25 ottobre, ancora sul podio della sua Mozart, unita alla Cherubini "prestata" da Riccardo Muti e all' Orchestra Giovanile Italiana fondata da Piero Farulli, Abbado dirigerà un mega-concerto che farà scalpore: «Su un enorme palcoscenico allestito al PalaDozza di Bologna, per cinquemila spettatori, eseguiremo il Te Deum di Berlioz con le tre orchestre, due cori e un coro di voci bianche formato da seicento bambini. Fu proprio Berlioz a richiedere quest' organico sterminato». In scena ci sarà pure il suo amico Roberto Benigni, esilarante attore per Pierino e il Lupo di Prokofiev, presentato nella prima parte della serata: «Con lui stiamo immaginando futuri concerti-spettacolo dedicati a Dante e Verdi». Abbado ha già diretto il Te Deum a fine maggio a Berlino per ventimila spettatori, su un impressionante palcoscenico all' aperto: «C' era anche Maurizio Pollini per il Quarto concerto di Beethoven. In realtà si doveva suonare alla Philharmonie, ma un incendio ha bruciato il tetto. Abbiamo deciso di spostarci alla Waldbuhne, che ha tredicimila posti in più della Philharmonie, e i tredicimila biglietti messi inaspettatamente in vendita sono andati esauriti in un paio di giorni. In passato avevo già diretto in quel parco, l' atmosfera è bellissima: la gente arriva presto, prende il sole, poi mangia, beve e ascolta il concerto. E per me lavorare coi Berliner è come ritrovare tanti vecchi e cari amici». Sono stati i Berliner, probabilmente, la sua orchestra «d' elezione». Per dodici anni, fino al 2002, con entusiasmo ed energia, Abbado, giunto in Germania già carico di allori, avendo alle spalle esperienze di direttore musicale alla Scala e alla Staatsoper di Vienna, si tuffò anima e corpo nello spirito della cultura berlinese e nel rimodellamento della fisionomia dell' orchestra guidata a lungo da Karajan: «Berlino è una città civile, ricca di verde e acqua: laghi, fiumi, canali. Ogni volta che vi torno, atterrando con l' aereo, ho la sensazione di scendere in un bosco immenso. La gente vive nel verde, e il verde si riflette nella loro vita. Piena di cultura e musei, è una città che conta su un pubblico musicalmente preparato. Vi ho potuto realizzare stagioni a tema e programmi interdisciplinari, basati sull' intreccio tra musica, teatro, cinema, letteratura e arti visive. E l' orchestra dei Berliner ha ampliato il suo repertorio e si è rinnovata, diventando una delle formazioni più giovani del mondo». Quando, nel febbraio del ' 98, Abbado annuncia ai berlinesi di voler lasciare il prestigioso incarico nel 2002, sembra aver messo a fuoco una sorta di una premonizione inconscia: da lì a qualche mese scoprirà di avere un cancro allo stomaco. «Pensavo che fosse arrivato il momento. Considero tutto ciò che è venuto dopo un regalo». Dice che è la musica ad averlo guarito. E dopo l' operazione s' è avventurato in questo luminoso nuovo corso, come nel segno di una riconquistata giovinezza. è immerso nella musica e nell' ambiente con radicale amore e convinzione. Musica e natura possono salvare il mondo: come due facce di una medesima bellezza. «Forse la mia storia è cambiata anche con le piante. Nove ettari di costa, di fronte a casa mia in Sardegna, adesso sono un parco naturale. Vi ho piantato novemila piante, che oggi sono diventate molte, ma molte di più». Abbado non è un pessimista. Preferisce concentrarsi sugli aspetti positivi, sugli animi costruttivi, sulle «iniziative esemplari di certe piccole città come Arezzo, dove s' è cominciato a utilizzare i sistemi energetici alternativi al petrolio, dal solare all' idrogeno». E nell' odierno clima italico tanto penalizzante per gli immigrati, il cosmopolita Abbado, nato e cresciuto a Milano e lanciatissimo nel mondo, si definisce un immigrato anch' egli, con fierezza: «Mia madre era palermitana, mio padre era un piemontese di origine araba. Il mio cognome proviene da Mohamed Abbad, principe di Siviglia nel 1040. Nel giardino dell' Alcazar c' è una colonna bianca dov' è impresso il nome. Quando ci sono andato per la prima volta mi sembrava d' esserci già stato, riconoscevo i luoghi, mi ci ritrovavo come se ci fossi nato». Crede nell' inconoscibile? «Credo che siano tante le cose che non si possono spiegare. Non credo nella reincarnazione ma in questa vita, adesso. Credo che la morte faccia parte della vita. Le abbiamo dato quel nome: morte, ma lei è vita, solo un aspetto della nostra esistenza». -
September 24

Lettera alla mia terra

 
 

 

... Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.

Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l' ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l' arroganza dei forti e la codardia dei deboli?

Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po' nervoso, un po' triste e soprattutto solo. Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti. Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità.

Perché non c' era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato. Cos' ha fatto Carmelina, cos' hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? ...

 

... Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri. E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c' è ordine, che almeno c' è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada.

Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell' unico mondo possibile sicuramente. Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare?

Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c' è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione?

 

... Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L' alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla. Ma non avere più paura non sarebbe difficile.

Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l' isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina. "Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?", domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljosa. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo? ...

 

... l' atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l' anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.

Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l' abitudine. Abituarsi che non ci sia null' altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini. Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza.

Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio. Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l' immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.

 

 

 

ROBERTO SAVIANO

 

 

 

www.robertosaviano.it